The Pamir Highway (diario di bordo di Marcello Lambertini)

Mi trovo nella parte nord ovest della catena montuosa dell’Himalaya. 

Attraverso la strada del Pamir, sembra di vivere in un incubo da cui non ci si sveglia mai. I pochi tratti asfaltati e disseminati di buche lasciano una sensazione sublime, ma durano così poco che non riesco nemmeno a goderli. 

Caradone, mulattiera, strada bianca… tutti complimenti superlativi, che che non si addicono a questa strada! 

D’improvviso ripiombo nel baratro: si salta, si schiva. È uno zig zag costante. Si trema se la strada è ghiaiata; diventa poi mostruosamente irregolare, come fosse scavata da una benna. “Aiuto!”, gridano le sospensioni. Il fondo in alluminio rinforzato si trascina sulla terra, sulla ghiaia, sui sassi, sulle pietre e sulle rocce. A volte pare di colpire delle mine. Arresto il veicolo, scendo e faccio un giro tutto intorno alla macchina. Controllo di avere ancora integre le gomme stanche e la carrozzeria.

In Kazakistan ho perso chissà dove il paraurti posteriore. Cambiano i paesaggi, ma le strade maledette sono le stesse.

Devo constatare che la Pamir con i suoi tratti di terra improvvisata e le sue altezze vertiginose ha alzato l’asticella del rischio. Credevo di aver visto il peggio ma al peggio non c’è una fine. 

Ora so che cosa vuol dire “tribolare”. 

Siamo abituati bene noi, ché quando subiamo un danno lungo la via, a causa di una strada malconcia componiamo il numero dell’amministrazione o minacciamo di presentare un reclamo all’ANAS. Qui non c’è assicurazione che copra alcun danno. La responsabilità è tutta a carico di chi guida. 

Se non ricordo male, dovrei aver firmato un liberatoria all’ingresso in dogana, in cui ho dichiarato di essermi assunto la responsabilità sullo stato di salute, sia mio che del mio veicolo. 

Chissà su quale documento ho posto il mio autografo, visto che era scritto in cirillico!

Di buono ho notato una discreta solidarietà tra gli automobilisti di questa strada. Un passaggio al massimo lo si puó rimediare, naturalmente pagando. 

Se il motore è in panne, se si distrugge la coppa dell’olio, si spezza un braccetto dello sterzo e ancora – perché quando tiri un pó troppo la corda – ti si rompe il radiatore, non c’è mezzo di soccorso che possa venire a recuperarti (tutte cose successe per fortuna ad altri). Si deve abbandonare il veicolo e poi pagare qualcuno che provveda a levarlo di torno. Non si sa quando, né come e se lo ritrovi. 

Di rottami ferrosi qui in giro ce ne sono parecchi. Di questi carcasse abbandonate rimane solo lo scheletro del telaio, come sculture decadenti a monito dei passanti… lasciate ogni speranza o voi che transitate! 

Se rimangono brandelli di veicolo, la gente del posto li trafuga per costruire oggetti o rattoppare le case! 

Adesso ripenso all’altitudine… In certe salite ci si va solo in prima marcia e procedo con cautela per evitare di far surriscaldare il motore! Con sapienza occorre calare i giri ma non troppo, altrimenti ci si ferma e non si riparte più.

Le strade che mi sono trovato ad affrontare di media sono sopra i 4000 metri. Al massimo qui si raggiungono i 4655 metri. È in queste situazioni che l’auto accusa una riduzione della potenza minima del 30%. 

Se si considerano la bassa qualità del diesel, un fondo a scarsa trazione e che ho caricato di tutto, pare un miracolo che l’auto, pur a modo suo, si muova ancora. 

Ogni tanto però bisogna sfrizionare pesantemente per uscire dai momenti di stallo! 

Sarebbe bello vedere gli altri amici svalicare! Qua i Toyota 4×4 sono i padroni della strada. Mi sorpassano a velocità tripla rispetto alla mia. Se il loro clacson strombazza è per salutare o meglio per segnalare di scansarmi! 

Basta un colpo di abbaglianti e non lo vedo già più. Di loro rimane solo una nuvola di polvere… 

Facile permettersi una guida così, con quei mezzi lì. Eppure qui chi è davvero audace guida con disinvoltura auto a trazione anteriore. Ho visto diverse Opel, di quelle seconda mano. Tante, tantissime. Si è quasi circondati. 

Il mio pensiero allora va a quei exproprietari di qualche Astra, o Zafira o Vectra che hanno venduto i loro mezzi, chissà per quale accordo commerciale, il Purgatorio di tutte le Opel usate in Europa è il Tajikistan! 

Se ce la fanno loro a guidare in quelle condizioni, allora ce la posso fare anche io. 

Mi guardo intorno e gli abitacoli di quelle auto sono colmi di gente. Pure il tetto è occupato, ma di oggetti che quasi non hanno più identità. 

L’aria rarefatta oltre ad influire sulla combustione infierisce sul povero driver. 

Campeggio all’aperto. Mummificato nel mio sacco a pelo, dentro alla mia tenda sul tetto. Qui c’è fresco. Lascio disperdere i miei pensieri tra le folate di vento. 

Sono messo a dura prova. Seriamente. Respiro profondamente per ossigenare al meglio il cervello e trovare la concentrazione. 

Mi accompagnano un po’ di pesantezza cerebrale e una leggera insonnia a causa del clima e dell’altitudine.

Eppure è tutto sommato un prezzo basso da pagare. L’altitudine può fare brutti scherzi! 

Sono molto orgoglioso del mio stile di guida. 

Quando c’era da tenere aperto e rotolare sulle pietre l’ho fatto. Quando c’erano delle salite oblique le ho prese in velocità per evitare di impanciarmi e rimanere bloccato.

L’accuratezza della traiettoria è fondamentale; le misure di dove si trovano al centimetro le ruote ormai le so perfettamente. È tutto un susseguirsi di frenate e gimcane tra le buche. A volti ci entro di traverso e chiudo gli occhi. Attendo, pregando di non sentire l’auto grattare. 

E poi mi abituo grattare il fondo! 

Lo scopo è sfregare il meno possibile, o solo abradere leggermente l’asfalto. Chissà quante scintille! In fin dei conti, sto pareggiando la strada per i quelli che verranno dopo. 

Che urla di vittoria ogni volta che mi sono trovato ad uscire da una situazione potenzialmente pericolosa! 

Tutto di guadagnato in termini di pazienza e sangue freddo!

Eppure, lo stress che mi sta appicciato al collo per quei 1200 km di strada è quasi angosciante. Ogni tanto ho pensato “Basta, mollo tutto e me ne torno a casa!”.

Sono solo e devo fare i conti con questa mia solitudine. Non ho nessuno con cui condividere le mie fatiche mentali. Mi lascio però distrarre dalla compagnia dei miei cantanti preferiti e così tutto ha una dimensione più epica e l’umore torna alto!

È anche vero però che se avessi affrontato questo viaggio in compagnia, mi sarei trovato a gestire malumori altrui, che non avrebbero fatto altro che appesantire l’atmosfera, è un ambiente decisamente poco conciliante per le persone facilmente suscettibili. 

Ora devo dire la verità: non avrei mai dato il volante in mano a nessuno. Non mi sarei mai fidato di nessuno altro alla guida di questa macchina, se non di me stesso.

La voglia di voler uscire indenne da quella strada è un pensiero costante.

Troppe volte mi sono fatto prendere in giro da una strada che pareva percorribile, perché intravedevo dell’asfalto, per poi ripiombare in tratti pieni di pietrisco e buche. E quante volte ho passato tratti di asfalto rugosi e grinzosi con 30 centimetri di dislivello nella carreggiata, come se una colata di lava bituminosa avesse precorso perpendicolarmente la strada! 

Dai 40 km/h di media quando si è nella situazione migliore ripiombo a 15/20 km/h quando la strada peggiora. Ragiono e in un lampo capisco che per fare 100 km potrei metterci 5 o 6 ore, senza soste e senza imprevisti. E davanti ho ancora altre centinaia di km. E allora penso che se guido 12 ore al giorno, in 4 o 5 giorni potrei riuscirci, sempre contare gli imprevisti! 

Non ci voglio pensare.

Due gomme però me le sono giocate, entrambe verso il tramonto, quando ormai non ne potevo più.

Ho sbagliato strada e mi sono innervosito. 

La mia guida, era leggermente più dinamica. Per ritornare sui miei passi ho perso l’anteriore destra, che ho poi sostituito con una ruota di scorta. Ed è in questa occasione che ho incontrato un gruppo di persone eccezionali.

La seconda gomma, anteriore sinistra, su un tratto pari ha deciso di sgonfiarsi, senza avvisaglie. Si è accasciata al suolo. Ne aveva avuto abbastanza! Poverina. L’ho cambiata e mi sono rimesso in moto. 

Non si sa mai cosa ci riservi il destino. Chissà cosa ci aspetta dopo la prossima curva. Forse un ponte crollato da aggirare; forse un gruppo di animali in mezzo alla strada; forse una salita da capogiro. Forse un torrente da guadare! È tutta una sorpresa, mediamente demoralizzante..

Poi ogni tanto rallento e rallento ancora di più. Decido di fermarmi, perché la distrazione qui si paga a caro prezzo.

Mi guardo attorno e sgrano gli occhi e non capisco dove sono. Esco dalla mia auto navicella e mi sembra veramente di esser su un pianeta alieno, deserto. Più in la la strada che continua a perdita d’occhio! Pochissima vegetazione a queste altitudini. Pareti rocciose, pennellate di colori che nemmeno sapevo esistessero. Montagne ancora più alte e farcite di ghiaccio e neve, laghi dalle acque gelide, turchesi o blu profondo! I paesaggi della M41, la strada del Pamir, colpiscono talmente tanto, che potresti quasi commuoverti, se non sapessi quanta strada ancora mi aspetta. 

È l’alternarsi improvviso di male e bene che sconvolge l’animo.

Mi rimetto a bordo e vengo rapito dagli animali. E ancora, quanti Sapiens a bordo della strada. 

Con gli occhi curiosi osservo i volti enigmatici delle ragazze del Tajikistan. 

Occhi profondi dallo sguardo magnetico e lineamenti delicati. 

E continuo il mio peregrinare, che mi fa scoprire la bellezza dei bambini.

Sciami di bambini mi salutano con tanta incomprensibile gioia e mi regalano altrettanto incomprensibili, ma immensi sorrisi. Hello! Hi! Muovano la loro piccola mano, con lo stesso entusiasmo di chi saluta il primo turista dell’anno. Qualcuno di loro allunga il braccio, per darmi un 5 e allora io tendo la mia mano e batto con forza! 

Altri mi inseguono per alcuni metri, quasi ad accompagnarmi in questa dura fatica! 

Ogni tanto, nelle zone più isolate, mi fermo per scambiare qualche parola. A parte “Hi”, qui non sanno dire altro. Dono loro dei biscotti e entrambi contenti andiamo avanti.

Mi sento quasi parte di una comunità. Il saluto è talmente diffuso in tutta la popolazione da sembrare una convenzione obbligata e mai scontata.

Di macchine ne passano. Nessuno da solo. Sono ormai abituati a riconoscere le automobili. 

Eppure qui quasi tutti i turisti sfrecciano a bordo di fuori strada, guidati dai “Local Barrichello”, come li soprannominati.

Nessun turista con un po’ di senno guiderebbe mai qui. 

Qualcuno nota la mia andatura blanda e accorta e mi si avvicina con una gioia inaspettata, come se mi volesse augurare buon viaggio e tanta fortuna, perché conosce bene la strada. 

Forse i locali si chiedono cosa possa spingere un’auto con targa italiana a percorrere quelle strade.

Anche gli anziani del paese notano l’anomalia della mia macchina. Me ne accordo dagli specchietti retrovisori che catturano gli sguardi dei volti curiosi di identificare marca, modello o paese di provenienza del mezzo.

ITALIA! Toto Cotugno! “Lasciatemi cantare”. Ecco la prima cosa che viene loro in mente e che ci tengono a farmi presente!

Certo, sono abituati a vedere targhe strane, soprattutto nella stagione estiva, ma bassa e opaca come la mia ne vedono poche! Poi con quello strano cassone sul tetto, se ne vedono ancora meno.

Tutti in qualche modo mi salutano e comincio anche io a fare lo stesso, bastasse solo un cenno della testa. Ed è questo ti infonde quella carica in più di cui si ha bisogno per proseguire. 

L’autostop qua è un fatto serio, dopo il taxi collettivo è la modalità di trasporto più frequente. Tutti vorrebbero salire, ma non ho posto. E poi non posso appesantire e abbassare ancora di più la macchina, in queste condizioni non sarebbe certo un’ottima idea. A malincuore quindi mostro un cenno di dispiacere.

Da noi l’autostop non esiste. Troppi film finiti male, troppa diffidenza. Quanta gente gira in Italia da sola nella propria scatola di ferro ignorando tutto e tutti, diretta al lavoro o a casa. 

Non non abbiamo tempo per queste cose, qua il tempo è molto più relativo! 

Molti abitanti si chiederanno cosa spinga le persone a guidare per così tanto tempo e per tanti chilometri per giungere su una strada che loro vivono e forse odiano tutti i giorni. 

Il paesaggio, anche il più bello, visto quotidianamente diventa sfondo! 

Sicuramente dal loro punto di vista potremmo sembrare poco normali. Forse per questo ci salutano. “Guarda quel pazzo!” – Penseranno in Tajiko! 

Ora però mi tocca fare una riflessione più seria. Mi rendo conto che non portiamo molto beneficio a questa gente. Anzi, impolveriamo e inquiniamo le loro case, anche se nessuno qui ci fa molto caso a cose di questo genere.

Forse sapere che una parte del mondo desidera visitare le loro terre le li fa sentire meno isolati, più internazionali e avranno di che raccontate nei lunghi e rigidi inverni.

Qui i miei incontri sono sorprendenti. Spesso mi capita di incrociare militari in formazione. Vedo mezzi bellici ovunque. La strada passa sul confine con l’Afghanistan. Protezione e difesa dai talebani che qui ogni tanto fanno irruzione ma non al momento! 

I vari checkpoint disseminati lungo il percorso sono ormai diventi una formalità e non più un problema! 

Sto assaporando la bellezza del viaggiare antico. Ci si capisce a gesti. Con poche parole di russo ci si intende e non ho mai avuto nessun problema. La gente è molto ospitale e generosa.

Tutto così vecchio e nostalgico, se non fosse per una signora in abito tradizionale, che cammina lungo la strada, col capo chino, intenta come il più occidentale degli occidentali ad inviare un messaggio al cellulare! 

Prende il segnale pure in mezzo ai monti! Tuttavia non vi è trasmissione di dati, per cui gli smartphone qui sono inutili. Per ora.

Mi rimetto in viaggio e incontro un gregge di pecore e capre saltellanti, mandrie di cavalli, mucche al pascolo, Yak pelosi.

Non c’è strada o confine: appartiene tutto a loro. Chi guida ha l’obbligo di schivarli ed eventualmente pagare, se ne investe qualcuno! 

Risparmio fiato e non mi dilungo sul trattamento degli animali in questa parte del mondo: sarebbero parole al vento.

Con stupore rimango sconvolto dagli animali selvatici. Ho avvistato avvoltoi grossi come tacchini, talmente grassi dal salterellare invece che volare. E ancora aquile maestose e un’infinità di uccelli canterini! Poi moltitudini di marmotte dal loro fischio inconfondibile.

Lupi, Leopardi delle nevi e Orsi non ne ho visti: sono abbastanza intelligenti da stare lontano dalla strada umana!

Ogni tanto, nelle zone selvagge, quando la polvere si abbassa e il vento me la rimanda dentro apro i finestrini e assaporo profumi nuovi, quasi speziati, come quelli dei bassi cespugli ormai secchi, quando cali di quota la vegetazione cambia e un profumo di fiori ti abbaglia, come se l’olfatto a queste altitudini si facesse molecolare, fino a poter distinguere i vari fiori di campo… 

Improvvisamente un odore acre, prima controlli eventuali spie al motore, poi guardi negli specchi per vedere se l’auto lascia una scia di fumo e sta cominciando a prendere fuoco. Passi le collina e ti accorgi che è solo un piccolo camino di latta, ti rendi conto che c’è un piccolo villaggio nelle vicinanze. Ci sono diversi combustibili e ognuno ha il suo olezzo caratteristico a seconda da cosa ci sia disponibile da bruciare! Chiudo i finestrini, accendo il ricircolo, trattengo il fiato finché non passa…

Continuo a guidare per lasciarmi la “civiltà” alla spalle e ricominciare, da solo, a respirare l’alta montagna…

Guidi e la strada non migliora…

ma ogni tanto te ne dimentichi, specialmente al tramonto, quando trovi un buona sistemazione per la notte dove bivaccare, specialmente in riva a un fiume, il cui rumore ti cullerà per la notte facendoti addormentare estasiato, stanco ma felice, una dura giornata è appena passata.

Ora sei in compagnia di quante più stelle tu ti possa mai immaginare… Con la fortuna di vedere la luna tramontare molto presto, verso le 22 circa, il cielo è limpido con una condizione di oscurità perfetta, ma non è oscuro, ora è costellato dalle stelle, perché sono così tante da sembrare che siano loro a illuminare il nostro pianeta.

Ti svegli quando il sole comincia a bussare… con un solo naturale desiderio… vedere che faccia ha questa nuova giornata, sai che dovrai guidare al meglio, come non hai mai fatto in vita tua… dovete uscire interi, tu e la macchina… e sapete alla fine come è andata? Ce l’ho fatta! Ho conquistato una delle strade più sconsigliabili e pericolose con un auto normale… la strada de Pamir e l’ho fatto con un certo Stilo (Fiat).

Da Dushanbe (Tajikistan) a Sary Mogol (Kirghizistan) in 4 giorni

Estratto dal “Diario di Bordo” 

Sunto giorni 16/17/18/19 Luglio 2018

Lambertini Marcello

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