Italians goes – non mi serve l’agenzia 2

Lavorare in una agenzia di viaggio presuppone una certa vocazione al martirio, anche perché in sostanza essere agenti è come essere dei luoghi comuni viventi.

Della serie:

–         Voi si che vi divertite!

–         Beati voi che viaggiate tutto l’anno!

–         Eh è facile prendere i soldi per schiacciare due tasti!

Fino al classico dei classici:

–         Ma tanto si sa che voi viaggiate gratis!

Da sempre mi chiedo come mai, nella galleria dei serial killer, manchi uno che venga da questo mondo. Eppure, motivi per maturare una certa, ehm, antipatia verso l’universo mondo ne avremmo, eccome.

Ma ci salvano due cose: la passione per questo lavoro, ed una infinita pazienza, indispensabile per sostenere conversazioni del tipo:

IO – “come senz’altro saprà,  la camera va liberata entro la tarda mattinata”

CLIENTE – “ah…e se il bambino deve fare la cacca?”

Che gli dici ad uno così? Siamo oltre il surreale, il teatro dell’assurdo al confronto è Zelig. E come fai a non avere istinti omicidi nei confronti di una tipa la quale, con una faccia di bronzo che definire spettacolare è poco, si approccia così:

–         “Senta, io volevo comprarmi il biglietto da sola ma non capisco perché la mia carta di credito non funziona, lei lo sa? No perché preferisco fare tutto da sola ma se non ci riesco allora devo venire qua a fare il biglietto perché poi c’è da fare il check-in e sono cose che insomma sapete voi”

Potrei continuare per ore. Per ora basta così.

BOLLY

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